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La nostra Storia

La nostra Storia

Rialto è un centro agricolo dell'entroterra finalese .
E' molto esteso (Kmq 19,84) ma poco popolato, con soli 28 abitanti per Kmq.
Confina ad est e a sud con Calice Ligure, a nord con Bormida, a ovest con Calizzano, Magliolo e Tovo.
Occupa l’alta Val Pora, così chiamata dal torrente che lo attraversa e divide in due zone; quella di sinistra occupa i 2/3 del totale ed è l’unica dove sorgono le abitazioni.

Le case sono state costruite secondo tipologie diffuse nel Mediterraneo, tra vigneti e uliveti coltivati su terrazzamenti a fascia.Non esiste un vero e proprio centro abitato, ma il Comune è diviso in due localita' e due parrocchie: Rialto e Vene, che a loro volta si dividono in numerosi nuclei, che formano i quartieri.
Questi hanno la particolarità di essere definiti dal corso dei torrenti.

L’aspetto è tipicamente montano, in quanto il suo territorio raggiunge altitudini superiori ai 1000 mt., anche se la parte abitata si estende dai 100 ai 370 mt.

Il nome Rialto ( Riätu in dialetto ) significa “ torrente che nasce dall’alto ” ed è un termine risalente al periodo medioevale. Secondo una leggenda a fondare Rialto sarebbero stati dei nobili veneti, i Fugardo, fuggiti da Venezia, ma non si hanno notizie certe che lo possano provare.

L'economia è sempre stata basata sull'agricoltura e sulla pastorizia. Particolarmente importante era la coltura del castagno. Ancora oggi si producono pregiati vini e olio. Altre risorse economiche furono dovute alla Ferriera, alle due fornaci presenti sul territorio e ad un esiguo commercio. La prima lavorò l’argento scavato sul Purin (dal XVIII secolo alla metà del XIX ) e il materiale ferroso proveniente dall’Isola d’Elba; le seconde erano presenti a Rialto e a Vene.

Quella meglio conservata si trova al Mulino, sita nella località denominata " Furnàxe", sul versante sud-ovest della vallata, poco distante dal torrente Pora. Era costituita da tre parti: il forno di alimentazione, la fossa di cottura dei laterizi ed il magazzino di stoccaggio del prodotto finito in attesa della sua destinazione definitiva.
Essa aveva assunto il ruolo di una piccola industria locale, perfettamente integrata nel contesto ambientale grazie alle particolari caratteristiche architettoniche, ed era soprattutto importantissima dal punto di vista storico, economico e sociale.
Dalla prima notizia scritta riguardante il sito in oggetto, risalente al 1718, abbiamo potuto notare, tuttavia, che le sue origini vanno collocate in un'epoca anteriore.
Si producevano mattonelle piuttosto leggere ( tavelle ) che venivano utilizzate nella realizzazione di paricolari soffitti tipici delle nostre zone, piastrelle di forma quadrata o rettangolare ( ciapelle ), tegole curve per la copertura degli edifici ( cuppi ) e soprattutto mattoni ( mui ). Questi ultimi potevano essere di due tipi: quelli normali chiamati " mui russi" e quelli più scuri, di maggior durezza e con la superficie vetrificata detti " vedrolli ", usati generalmente per i terrazzi o per i pavimenti, giacchè risultavano maggiormente resistenti all'azione degli agenti atmosferici.
La struttura in questione era altresì importante dal punto di vista sociale, poichè la produzione che vi si effettuava innescava una complessa serie di collaborazioni sia interne, sia esterne alla comunità dell'epoca. Gli uomini del paese fornivano il legname necessario alla cottura e impastavano l'argilla, le donne la setacciavano e modellavano il materiale ottenuto con appositi stampi o addirittura usando il proprio corpo.
Un " Mastro fornaciaro" dirigeva tutte le operazioni. Il prodotto ottenuto veniva poi accatastato con un certo ordine nella fossa di cottura; si accendeva e si alimentava il fuoco nell'adiacente forno ed il grande calore sprigionato, attraverso due brevi cunicoli, penetrava nella voragine e finiva di solidificare, cuocendo, i laterizi che vi erano stati disposti.
Questa serie di lavori veniva eseguita da soggetti regolarmente pagati.
Quando, però, si dovevano produrre coppi o mattoni destinati a costruzioni pubbliche si suonavano le campane e le persone preventivamente designate nelle varie contrade si recavano a turno a lavorare gratuitamente alla fornace. Il materiale ottenuto veniva venduto anche nei paesi vicini.

Un’altra attività redditizia fu il commercio dei pali, secondo solo a quello del carbone.



Alcuni cenni dalla preistoria al Regno d ' Italia

Il Finalese è un territorio nel quale l’uomo si è stabilito da millenni. Le prime abitanti furono le tribù liguri, già nel VI secolo a.C. .
Intorno al 200 a.C. vi si stabilirono i Romani. La parrocchiale di San Pietro conserva tracce delle origine romaniche e custodisce una statua tardo-gotica.Iniziarono, quindi, le varie invasioni dei popoli Barbari, sino a quando i Bizantini riuscirono a conquistare la Liguria.
Poi fu la volta dei Longobardi.
Alla fine del ‘700 a.c., il territorio passò al regno dei Franchi, a causa del comune pericolo delle invasioni saracene.
Verso l’anno Mille, l’Imperatore Ottone di Sassonia lasciò la Liguria di Ponente ad un suo discendente, il capostipite dei Del Carretto, che governeranno questa terra sino al 1713, quando subentrerà la Repubblica di Genova.

I Savoia furono interessati moltissimo al Finale per lo sbocco sul mare e, quindi , al collegamento con la Sardegna. Questo obiettivo, anche se per pochissimo tempo, venne raggiunto nel 1746. Infatti, nello stesso anno, questo territorio, riconquistato grazie ad una sanguinosa battaglia, ricadrà nuovamente sotto il controllo genovese.

In seguito alla Rivoluzione francese, alla Repubblica di Genova, venne richiesto il permesso di transito delle truppe francesi, attraverso il suo territorio, per andare a combattere contro le truppe savoiarde. I genovesi non furono certo entusiasti della richiesta. In seguito si scoprirà che questa diffidenza non era infondata, infatti, il Finalese fu occupato e la popolazione depredata continuamente dai soldati. Il comandante delle truppe era il generale Andrea Massena.
Questa situazione continuerà sino alla sconfitta di Napoleone e, quindi, al verificarsi del congresso di Vienna (1815) , durante il quale i vincitori si divideranno i territori conquistati. Il Finalese andrà ai Savoia ed entrerà a far parte del Regno d’ Italia nel 1861.


Il Novecento

Un elemento fortemente traumatico fu senz’altro la guerra del 1915 – ‘18, definita come la “ guerra dei contadini ” . Da ogni parte d’Italia migliaia di giovani si allontanarono per la prima volta dai loro paesi e parlavano dialetti talmente diversi da non comprendersi tra loro. Dal solo Comune di Rialto partirono per il fronte 72 militari.

Finita la guerra subentrò il fascismo, che, tuttavia, nel nostro paese non suscitò né particolari entusiasmi, né dissensi. Come spesso accadde nella mentalità contadina, tutto ciò che faceva parte della politica venne subito con disinteresse, per una secolare diffidenza verso chi governa. Il mito dell’Impero Italico e le parate in piazza furono, al massimo, motivi di solenni bevute. Le esercitazioni premilitari vennero disertate tutte le volte che era possibile. Questi fatti fanno capire l’atteggiamento della nostra gente verso il fascismo inteso quasi come un fastidioso intrufolarsi di estranei in fatti che non li riguardavano. Soprattutto nei primi anni, si fecero importanti e positive riforme sociali per il mondo agricolo , l’istituzione delle pensioni ed una serie di lavori che frenarono in parte l’emigrazione e portarono il pane sicuro sulle tavole , che poteva essere pagato grazie ad una tessera . Vennero, però, le guerre, e forse solo allora, si scoprirono i veri aspetti del regime.

Un ulteriore momento di consapevolezza, venne dopo l’8 settembre. Tra il marzo e l’aprile del ‘44 si formarono i primi gruppi armati, con una discreta organizzazione. La prudenza obbligò all’adozione del nome di battaglia , motivo di sicurezza per l’organizzazione e per le famiglie dei volontari. Nei nostri paesi alcuni dei partigiani sono tuttora chiamati così. Il distaccamento accampato a Rialto fu il Rebagliati, comandato da Genesio Rosolino ( “Tigre” ), un pescatore di Oneglia.

La prima comparsa dei partigiani a Rialto si ebbe nel giugno del ’44, precisamente il 24, giorno della festa di S . Giovanni. Si presentarono, poi, alla chiesa di Rialto il 29 dello stesso mese, in occasione della festa patronale di S . Pietro : erano una quarantina, armati e parteciparono alla celebrazione assieme alla popolazione. Qualche giorno prima avevano requisito un grosso bue ad un fascista di Finale, lo uccisero, distribuendone la carne in gran parte alla gente, che ricambiò portando loro vino, frutta e olio. Rialto conobbe il primo rastrellamento tedesco il 13 luglio. Ne seguirono poi altri : i soldati entravano nelle case, perquisivano e saccheggiavano quanto trovavano.

Il 23 settembre del ‘44 un gruppo di soldati arrestò alcuni pastori e boscaioli che si trovavano nelle vicinanze della cappella, per interrogarli. Ne sfondarono poi la porta ed entrarono. Posarono, quindi, una grande mina anticarro al centro di essa e la fecero brillare. Quando all’ufficiale che comandava il presidio del Melogno venne richiesta una motivazione a tutto ciò, lui rispose che la chiesina era divenuta un covo di partigiani. In realtà, gli utensili, in essa rinvenuti, venivano utilizzati dalla gente del luogo per celebrarvi la tradizionale festa.

Il distaccamento Rebagliati, nell’inverno del ‘45 si accampò in una zona sotto Pian dei Corsi, nelle vicinanze dell’ attuale Vivaio del Corpo Forestale. Un volontario si unì al gruppo, assumendo il nome di Tarzan.Un giorno, mandato di pattuglia , non fece più ritorno all’accampamento. A questo punto le versioni dei fatti divergono. Secondo alcuni pare che Tarzan sia tornato spontaneamente al campo – base, guidando i fascisti ; altri dicono che fu catturato e costretto a guidare i militari all’accampamento. In qualsiasi modo andò, nella notte del 2 febbraio, due colonne della controbanda fascista, favoriti dalla neve, arrivarono nel luogo dove stavano dormendo i partigiani e spararono sulle tende. I morti furono 11. Questo fu l’episodio più grave accaduto sui nostri monti.

Il 20 marzo un altro fatto di sangue : Mario Rebagliati , (“Frillo” ) di Zinola , venne catturato. La gente ricorda ancora come fu portato per il paese : con le mani legate da filo di ferro e con i militari che gli strappavano i capelli con una falce. Venne torturato tutta la notte, ma non rivelò il luogo dell’accampamento. Il giorno dopo fu trascinato ancora e finito con il treppiede della mitragliatrice. Alla famiglia non fu mai data nessuna medaglia, ma ancor oggi resta la riconoscenza di chi si salvò per il suo coraggio. Negli stessi giorni morirono anche altri due rialtesi ed un terzo partigiano.

Dopo il 25 aprile non si consumarono vendette sanguinose, ma solamente qualche saccheggio di formaggio e lenzuola nelle case dei fascisti dichiarati. Coloro che ritornarono alle proprie case trovarono una società profondamente cambiata. Nella gente restò , però , viva la memoria : non si arriverà mai a dire che la guerra è motivo di gloria, anche quando è necessaria resta sempre una sconfitta.



Fonti : tratto dal libro di Rialto
Stesura a cura di V.D.

GALLERIA FOTOGRAFICA

IL TERRITORIO Vai alla google map
POPOLAZIONE: 583 abitanti
ALTITUDINE: min.100 max.1386 mt.
SUPERFICIE: 19.84 KMq
FRAZIONI: Annunziata, Berea, Bianchi, Calvi, Cheirano, Chiazzari, Mulino, Piazza Vecchia, Vene e Villa.
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